Vesna Ljubić
Nella storia delle donne, le pioniere occupano un posto speciale: quelle donne che furono le prime in un determinato campo o che si distinsero in modo singolare per i loro traguardi o le loro scoperte. Le opere delle pioniere, qualunque sia il loro ambito, occupano quasi sempre un posto privilegiato nella storia delle donne ed è impossibile ignorarle nelle storie ufficiali incentrate sull’uomo, proprio perché furono le prime a fare qualcosa.
Anche quando le loro imprese, per esempio quelle artistiche, non rispondono a certi standard o sono nella media, restano comunque registrate come traguardi delle donne in un determinato ambito e conservano quello che chiamiamo valore storico.
Una volta riconosciuto questo dato di fatto, in sostanza un luogo comune ben consolidato della memoria culturale, il caso di Vesna Ljubić, regista e sceneggiatrice per il cinema, la televisione e la radio, nonché la prima donna in Bosnia ed Erzegovina a dirigere un lungometraggio, appare ancora più insolito. Questa autrice cinematografica, dalla produzione modesta, merita davvero di essere annoverata tra le pioniere dell’arte cinematografica in Bosnia ed Erzegovina, ma non solo perché fu la prima. La sua opera, ricca di generi e formati (cortometraggi, lungometraggi, documentari, televisione), si colloca senza dubbio tra le vette artistiche della cinematografia jugoslava e bosniaco-erzegovese. È stata insignita di numerosi e prestigiosi premi cinematografici, ma quasi esclusivamente a festival internazionali. Pur essendo principalmente un’artista del cinema, regista e sceneggiatrice, costruì la sua lunga carriera alla radio, creando opere che attendono ancora di attirare l’attenzione dei ricercatori. Diresse e montò centinaia di programmi e radiodrammi, salvò materiale d’archivio e persino l’intero programma drammatico dell’emittente pubblica. Tutta la sua vita professionale fu caratterizzata da una profonda fede nell’arte e nella cultura e nel loro potere di trasformare le coscienze. A parte le copie pirata, caratterizzate sia dalla provvisorietà sia dalla scarsa qualità, i film di Vesna Ljubić non sono disponibili sulle piattaforme digitali; nel migliore dei casi, se sei fortunato e se ancora guardi la televisione, potresti imbatterti in uno dei suoi film nelle repliche delle emittenti pubbliche. Vengono proiettati in pubblico molto di rado, di solito nell’ambito di proiezioni speciali per le quali si cerca in genere un’occasione adeguata.
È un’amara ironia che il cinema bosniaco-erzegovese contemporaneo sia ampiamente considerato un campo in cui registe e sceneggiatrici, come Jasmila Žbanić, Aida Begić, Elma Tataragić e altre, costituiscono una forza creativa essenziale e celebrata, mentre la memoria della pioniera che aprì loro la strada è stata quasi del tutto dimenticata.
Le scarne notizie biografiche su Vesna Ljubić, facilmente reperibili, dicono più o meno quanto segue. Nacque il 25 maggio 1938 a Prnjavor. Si laureò al Dipartimento di Letterature Comparate della Facoltà di Filosofia di Sarajevo, poi completò gli studi di regia cinematografica al rinomato Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma. Tra le sue prime opere figurano il film d’esordio “Putovanje” (Il viaggio) e il film di diploma “Smrt se otplaćuje živeći” (La morte si paga vivendo, 1972).
È degno di nota che, durante gli anni da studentessa, lavorò come assistente di Federico Fellini. Di questo episodio della sua vita si sa poco, poiché ne parlava raramente. Secondo il suo collega Miralem Ovčina, lei accennava di tanto in tanto al “modo di Fellini di lavorare con gli attori, al suo particolare metodo di spingerli, talvolta anche un po’ bruscamente, fuori dalle loro zone di comfort, esortandoli a liberarsi del proprio ego e delle proprie abitudini recitative, e a costruire il personaggio insieme a lui da zero, proprio come il maestro lo immaginava, nel modo che meglio si adattava alla sua visione cinematografica”. I ricercatori di cinema contemporanei sottolineano che la sua opera fu certamente influenzata dal grande mentore Fellini, ma Ovčina osserva come lei non ne fu mai un’epigona: “È probabile che, ‘stando sulle spalle di un gigante’ come Fellini e lavorando nel campo gravitazionale della sua poetica, abbia adottato certi aspetti della sua espressione artistica, cosa che molti hanno giustamente sottolineato. Ma per me Vesna era una forza creativa forte e consapevole di sé che (…) restò autentica e tracciò un proprio percorso distintivo. Trovò una poetica tutta sua, che fonde la vita grezza ed elementare con elementi poetici, mitici e simbolici, sia nel cinema sia in tutte le diverse forme artistiche di cui si occupò”.
Tornata in Bosnia ed Erzegovina, fu assunta da RTV Sarajevo e trascorse tutta la sua vita lavorativa in televisione e in radio, principalmente nel Programma Drammatico, dove diresse e montò vari programmi e radiodrammi. Il suo ruolo proseguì anche dopo le trasformazioni postbelliche di questa casa mediatica. Ma del rapporto d’amore che Vesna ebbe per tutta la vita con il mezzo radiofonico si dirà più avanti.
Poco dopo gli studi iniziò a fare film. Nel 1971 girò il documentario “Halil Tikveša” sul celebre artista bosniaco-erzegovese e, subito dopo, il film TV “Simha”, tratto da un racconto di Isak Samokovlija. Qui sono già visibili due tratti importanti della sua creatività: l’amore per le arti visive e per la letteratura, oltre all’interesse per la vita della comunità ebraica bosniaco-erzegovese.
Sebbene la guerra abbia brevemente interrotto la sua carriera, che fino ad allora era in ascesa, non ne fermò la creatività, perché anche durante la guerra lavorò al film “Ecce Homo” (1994), che le valse ottime recensioni e riconoscimenti internazionali. Dopo la guerra Ljubić ebbe una pausa creativa, passando lentamente dalla forma del lungometraggio a quella del documentario. Realizzò i documentari “Sveti prah Indije” (La sacra polvere dell’India, 1999) e lo splendido “Adio kerida” (Adieu Kerida, 2002), una lettera d’amore agli ebrei sefarditi di Sarajevo e alla loro musica senza tempo. Vesna Ljubić realizzò anche il film “Bosanska rapsodija na rubu znanosti” (Rapsodia bosniaca ai confini della scienza, 2011), che affrontava in chiave satirica la celebre visita del “guaritore” marocchino Meki Torabi a Sarajevo. Sì, fece tutto questo, ma chi era davvero? Nelle parole della sua amica Dubravka Zrnčić-Kulenović: “Quando parliamo di Vesna, penso subito alla sua tenacia da un lato e alla sua passione dall’altro, ma anche a una gentilezza e a un calore che possedeva. Credeva in ciò che poteva e voleva, e lottava con sé stessa per fare in modo che ciò che creava arrivasse agli spettatori, e per stare con grande fermezza dietro alla propria opera. La sua passione, ma anche la sua incredibile immaginazione, avevano sempre un fondamento nella spiritualità. Come se ogni pianta che cresce e ogni persona che incontrava avesse una propria anima, il proprio scopo di esistere e di incontrarla”.
Inoltre, secondo Ovčina, un’artista versatile: “Dedicata, estremamente competente, ispiratrice ed esigente, sia come montatrice sia come collaboratrice. Avevo l’impressione che vivesse la sua vocazione artistica in modo intenso, ventiquattro ore su ventiquattro, e che persino questo, a volte, non le bastasse. La sua opera, ampia e variegata, ne è la testimonianza”. Vesna Ljubić morì a Sarajevo nel 2021, per complicazioni dovute al Covid-19. Dietro di sé lasciò un’opera cinematografica, televisiva e radiofonica ricca di generi, centinaia di trasmissioni e drammi radiofonici che montò e creò, sceneggiature che non arrivarono mai alla produzione e una generazione di lavoratori radiofonici a cui insegnò tutto ciò che sapeva. Dopo la sua morte, nessun festival cinematografico di Sarajevo le dedicò una retrospettiva o anche solo una proiezione in suo onore. E di questo, qualcosa più avanti. Vediamo ora i temi di cui si occupò questa autrice cinematografica ingiustamente dimenticata.
Periferie ribelli
La sua indole riservata e, ancor più, una sistematica riluttanza ad accogliere una creatrice che non apparteneva a nessuno se non a sé stessa sono tra le ragioni più profonde per cui oggi sappiamo così poco dei film di Vesna Ljubić. Come già detto, possono essere visti molto di rado, a meno che non si abbia lo stomaco per la pirateria.
I film di Vesna Ljubić “Simha”, “Delta ribelle”, “L’ultimo deviatore della ferrovia a scartamento ridotto” e “Adio kerida” sono disponibili in versione pirata su YouTube.
Da ciò che è disponibile possiamo concludere che Vesna Ljubić, nelle sue ricerche artistiche, era particolarmente interessata alle storie marginali, ai fenomeni insoliti, ai personaggi eccentrici dalle storie mai raccontate. Sia dal punto di vista tematico sia per quanto riguarda il linguaggio cinematografico e l’estetica, resisteva alle aspettative:
“Ljubić non segue nessuna delle due tendenze cinematografiche dominanti dell’ex Jugoslavia: né il movimento d’avanguardia noto come Onda Nera, che produce film politici e polemici, né la prassi mainstream del film partigiano o di altro cinema conformista”, scrive la regista Rada Šešić, che iniziò la sua carriera, tra le altre cose, come aiuto regista de “Il deviatore”.
Il primo lungometraggio di Vesna, “Delta ribelle”, è il miglior esempio di questo consapevole anticonformismo. Un villaggio senza nome nel delta della Neretva è vittima di due flagelli, uno naturale e uno umano. Le inondazioni annuali distruggono il prezioso lavoro degli abitanti e mietono vite, ma lo stesso fanno gli eserciti che periodicamente radono al suolo ciò che è stato costruito, ogni volta con una nuova uniforme, con spalline diverse. Il cronotopo del film è indefinito, quasi come in una fiaba, sebbene alcuni riferimenti spaziali e temporali siano riconoscibilmente locali; agisce come un’allegoria condensata delle guerre e delle colonizzazioni balcaniche, il cui ciclo di distruzione e rinascita non cessa mai. Il film si concentra sul personaggio di Ivana, una visionaria che cerca di salvare il villaggio con la sua audace idea di un tunnel che colleghi il villaggio al mare e impedisca ulteriori inondazioni. Ma gli esplosivi necessari per realizzarlo possono essere ottenuti solo avvicinandosi ai soldati. Ivana, tuttavia, farà tutto il necessario. Ljubić ritrae con delicatezza la comunità unita del villaggio, protettiva verso quella ragazza insolita la cui unica compagna è una capra. Purtroppo, le loro cure non basteranno a salvare Ivana, troppo audace e radicale per l’ambiente in cui è cresciuta.
Lunghe inquadrature liriche di barche che galleggiano sull’acqua in una rapsodia di luce, antiche canzoni erzegovesi intrecciate a una colonna sonora onirica (composta dal celebre Vangelis), l’audacia epica della giovane eroina: tutto ciò rende il film piuttosto insolito per l’epoca in cui apparve, eppure perfettamente attuale come allegoria delle province balcaniche devastate in egual misura da una natura crudele e da eserciti coloniali ancora più crudeli.
“L’ultimo deviatore della ferrovia a scartamento ridotto” raffigura anch’esso una comunità destinata all’estinzione, ma questa volta nel contesto assai riconoscibile del socialismo jugoslavo. Il fatto stesso che tratti della chiusura definitiva della ferrovia a scartamento ridotto, che era stata un pegno di modernizzazione e industrializzazione della Jugoslavia, testimonia chiaramente che qui l’autrice, a differenza che in “Delta”, volle offrire un quadro più preciso, persino in qualche modo satirico, della provincia bosniaca e legarlo più strettamente ai movimenti socio-politici dell’epoca. Una sottile critica dell’ideologia jugoslava del progresso, che presuppone un avanzamento tecnologico inevitabile e quindi necessariamente crudele, si intreccia qui con una galleria di personaggi eccentrici di ferrovieri e delle loro famiglie. Particolarmente interessanti sono i diversi personaggi femminili: la “casalinga della stazione”, la donna dall’impossibile nome Japanolija, perennemente sprezzante della rozzezza e dell’arretratezza degli abitanti del villaggio, l’esibizionista Klara, nipote del costruttore della stazione Rudolf von Messner, Stana, aspirante cantante da taverna che sfugge agli aggressori sposando un innocuo ferroviere, e altre ancora. Il declino della stazione ferroviaria di provincia, già lontana dalla vita che accade sempre altrove, è ritratto con tenerezza e simpatia per tutto ciò che è transitorio e vulnerabile, destinato a scomparire. Il progresso tecnologico, che avrebbe trasformato il Paese, significò la fine della vita così come quelle persone la conoscevano e, in definitiva, la cessazione della comunità che avevano costruito nonostante tutte le loro differenze. Il film accenna solo discretamente alle conseguenze successive di questi mutamenti socio-tecnologici: interi modi di vivere andarono perduti con la chiusura delle ferrovie a scartamento ridotto, che per molti contadini rappresentavano un collegamento vitale con i centri più grandi, costringendoli di conseguenza a trasferirsi nelle cittadine e poi nei centri urbani. Il fatto che Ljubić riesca a intrecciare una storia mortalmente seria con calore e sottile ironia testimonia solo la maestria della sua narrazione cinematografica.
Lamija Milišić si interessa principalmente alla costruzione dello spazio in una serie di film di Ljubić e osserva come la regista mostri una “tendenza verso personaggi senza una casa che attraversano spazi di transito”, e gli stessi spazi di transito, come il villaggio nel delta della Neretva che ricomincia la vita a ogni stagione, o lo spazio della stazione ferroviaria a scartamento ridotto, transitorio per la sua identità di luogo di passaggio.
Questo ci rivela forse il legame più importante di tutti questi film, fra loro molto diversi: un amore per tutto ciò che è transitorio, fragile, ma mai effimero. Questa impressione può facilmente essere estesa ad “Adio kerida”, un film sulla ricerca di antenati perduti e di una comunità che fu anch’essa storicamente, e crudelmente, “di transito” in queste terre, e il cui inevitabile declino il film, esso stesso una forma d’arte del “tempo fermato”, si sforza di immortalare. Ma di “Adio kerida” si dirà più avanti. Un impulso analogo è evidente anche in alcuni programmi radiofonici di Ljubić, pochi dei quali sono disponibili online. Il documentario radiofonico “Hasanaginica”, co-firmato con Miralem Ovčina, ci conduce attraverso le rielaborazioni e gli adattamenti per lo schermo della celebre ballata popolare slava meridionale. Pur citando tutti i noti autori che la drammatizzarono — Šantić, Ogrizović, Isaković, Alispahić — la massima attenzione è dedicata al teatro amatoriale di Livno, poiché quella cittadina fu riconosciuta come il luogo che meglio, o forse con più amore, mantenne viva la memoria di quella ballata. Le interviste agli attori anziani che conoscono ancora le loro battute a memoria testimoniano vividamente con quanto amore e delicatezza Vesna Ljubić trattasse i fenomeni culturali fragili e transitori, quelli in cui meglio si riflette la vita di una comunità. Inoltre, Vesna Ljubić non si interessò mai di storie urbane; il terreno in cui girò le sue opere più convincenti è proprio la provincia bosniaca (o erzegovese), che si tratti di un villaggio senza nome nel delta della Neretva o della stazione di passaggio “Brezovi dani”, o di fenomeni culturali provinciali come i teatri amatoriali o i “guaritori” popolari di “Bosanska rapsodija”. Anche quando affronta una storia urbana, Ljubić sceglie una comunità minoritaria il cui destino è la scomparsa o la dispersione (i sefarditi di Sarajevo nei film “Simha” e “Adio kerida”), il tutto nello sforzo di preservare queste forme di vita autentiche e insolite dalla devastazione. Durante e dopo la guerra, Ljubić mostrò sempre più una predilezione per il documentario. Ma prima di affrontare il film “Adio kerida”, in cui, come dice Zrnčić-Kulenović, è presente gran parte della stessa Vesna Ljubić, diciamo qualcosa sul documentario che forse risuonò più forte all’estero: “Ecce Homo: Ecco l’uomo”.
Una verità di tipo immaginario
Questo breve film documentario del 1994 è ufficialmente descritto come “non politico, ma piuttosto una riflessione personale sulla morte”. Ljubić scelse di non lasciare Sarajevo assediata, nonostante avesse avuto diverse occasioni per farlo. Rimase per lavorare, per proteggere dalla distruzione i tesori della cultura bosniaco-erzegovese, per dare vita alla radio, che all’epoca era uno dei rari spazi culturali per i sarajevesi e, naturalmente, per girare, costantemente sotto la minaccia dei cecchini e dei bombardamenti. “Mi sono sempre sentita una cittadina del mondo, a casa ovunque. Ma quando iniziò l’assedio di Sarajevo, sentii di dover condividere il destino della mia città e della sua gente”, disse quando le fu chiesto della sua decisione. Invece di andarsene, decise di sfidare l’aggressione attraverso l’arte. Filmò la vita quotidiana durante l’assedio di Sarajevo dalla primavera del 1992 fin quasi alla fine del 1994, senza commento in voce fuori campo, soltanto attraverso immagini nude e una colonna sonora che incrocia i suoni delle preghiere di tutte e quattro le religioni monoteiste presenti in questa città con il gracchiare dei corvi. Ljubić ci mostra funerali su carretti improvvisati, rovine, un tram bruciato, appartamenti distrutti. Testimonia di come raccogliesse ortiche sotto i bombardamenti, parla del suo stato di salute in peggioramento a causa della fame prolungata, racconta di quando attraversò il Tunnel della Speranza nel momento in cui fu colpito da una granata: “Le persone dietro mi spinsero a correre avanti proprio in quel momento per cogliere una pausa tra i bombardamenti, e corsi sopra tutti quei corpi senza vita senza sapere se il sangue su di me fosse il loro o il mio”. Il momento più toccante del film è la scena della lapide di Danica Ljubić, la madre della regista, dove vediamo anche lei. Tuttavia, Ljubić rifiuta la posizione di martire. “Non sono una martire e non fatemi diventare tale. Tutti, lì, vissero le stesse cose”, disse a Gordana Crnković. È proprio questo lo spirito di questo documento filmico: il suo crudo realismo è lì per testimoniare e registrare, non per giudicare, argomentare o persino piangere. Dice soltanto: ecco un essere umano, e così facendo si riappropria dell’immagine della guerra che i sensazionalistici media occidentali avevano trasformato in un’attrazione morbosa. “Il morire umano è una cosa intima, eppure le telecamere in tutta Sarajevo scrutavano nelle viscere e nel sangue della gente, negando loro l’intimità della morte e facendone uno spettacolo quasi pornografico”, dice la regista.
“Ecce Homo” fu proiettato in venti festival mondiali, tra cui la Mostra del Cinema di Venezia e il celebre IDFA di Amsterdam, dove fu il primo film bosniaco-erzegovese mai proiettato. Dopo la sua morte, fu mostrato pubblicamente una sola volta, e non a Sarajevo ma a Trieste.
Ljubić affinò e perfezionò ulteriormente la sua espressione documentaristica nel documentario televisivo “Adio Kerida” (2002), prodotto per la Televisione di Sarajevo. Il film prende il nome da una nota canzone sefardita il cui titolo si traduce come “Addio, amata”, e segue un giovane di Seattle, Peter Lippman, alla ricerca del suo antenato perduto da tempo, un ebreo di Sarajevo, un ashkenazita che sposò una donna sefardita e ne adottò pienamente la cultura. Porta con sé una vecchia foto ingiallita e un racconto di famiglia su un uomo che amava cantare antiche romanze sefardite. La ricerca di Lippman lo conduce nelle case degli ebrei di Sarajevo. La sua curiosa ingenuità li induce a mostrargli i loro album di famiglia, a parlare in ladino, la lingua sefardita, a mostrare usanze e, naturalmente, a cantare canzoni: un piccolo, perfetto stratagemma per documentare e immortalare la vita di una cultura in ritirata. Il destino degli ebrei bosniaco-erzegovesi, infatti, è ben noto: trovarono rifugio nell’allora ottomana Bosnia dopo le persecuzioni in Spagna, che all’epoca era una società in qualche modo più inclusiva. Tuttavia, la maggior parte di loro perì nell’Olocausto, che, sotto il comando del regime fantoccio fascista, lo Stato Indipendente di Croazia, fu portato avanti con particolare zelo e brutalità.
Sebbene la storia sia gravata dalla storia, e si direbbe che esiga documentarietà e oggettività, Ljubić evita con leggerezza e giocosità le convenzioni documentaristiche tradizionali, mescolando abilmente elementi di finzione. Come osserva Crnković, sia Lippman sia il suo antenato sono persone reali, ma la regista usò un espediente ingegnoso, presentando il legame tra i due come reale, sebbene del tutto fittizio, per ottenere qualcosa di molto più intimo e toccante di un dialogo stereotipato tra il documentarista e i suoi soggetti. Non è immediatamente evidente che si tratti di un “mockumentary”, a meno di non scavare più a fondo; l’autrice giustificò la sua scelta, scrive Crnković, considerandola un utile “espediente stilistico” per addentrarsi più a fondo nel soggetto stesso: la vita dei sefarditi. Comunque sia, il risultato finale giustifica questo piccolo “inganno”, perché ne è venuto fuori un film incredibilmente poetico, a tratti comico, ma sempre intensamente umano, la cui scena finale, una completa resa alla finzione, alcuni direbbero persino al realismo magico, testimonia la vita di una comunità che si ritira di fronte alla crudeltà della storia.
Frequenze magiche
Abbiamo già detto che Vesna Ljubić maturò la sua pensione alla Radiotelevisione della Bosnia ed Erzegovina. Per lei la radio era più di un lavoro: era un rifugio. A testimoniarlo al meglio sono i suoi colleghi, soprattutto quelli a cui aprì il meraviglioso mondo della radio, ispirando in loro spirito creativo e professionalità.
“Le dava la possibilità di lavorare, di esplorare, senza la pressione dell’industria, senza processi complicati, senza il lavoro con grandi squadre. Quando tornò alla radio dopo aver girato ‘Il deviatore’, era distrutta. Era stato uno sforzo eccessivo per lei. Vesna era una donna di talento che faticava a fare i conti con la cattiva organizzazione e con il mondo machista del cinema; trovava difficile gestire tutto ciò che all’epoca serviva per fare un film. La radio offriva intimità, la possibilità di lavorare in modo più semplice ma non meno convincente”, disse Miralem Ovčina, suo collaboratore di lunga data, in un’intervista per Radio Abraš dopo la sua morte. Ovčina ricordò un episodio di guerra che illustra perfettamente che tipo di persona fosse Vesna Ljubić e quanto la radio, come mezzo, significasse per lei: “Durante la guerra, la redazione radiofonica era devastata. Vojka Đikić e Vesna Ljubić vennero allora alla Casa Grigia; le persone erano sparse in altre redazioni, si tappavano i buchi e si faceva di tutto per tenere in piedi il programma. Già nel 1993 era ora di far ripartire il programma drammatico. Se Vojka e Vesna lo decidevano, non c’era possibilità che non si facesse! Presto iniziammo a registrare romanzi radiofonici, docudrammi, drammi… tutto grazie alla tenacia di queste due magnifiche donne”. Dubravka Zrnčić-Kulenović ricordò gli sforzi di Vesna Ljubić per salvare le registrazioni dei drammi radiofonici che durante la guerra erano in pericolo. “A quel primo incontro mi raccontò una cosa che forse il pubblico non sa: che durante tutta la guerra si batté per preservare le registrazioni su nastro su cui erano incisi drammi e programmi radiofonici che considerava di altissimo livello, ma che rappresentavano la traccia di un’epoca che, purtroppo, durante la guerra stava lentamente scomparendo. Quella battaglia per preservarle arrivò al punto che entrò persino in conflitto con i colleghi, perché all’epoca, naturalmente, non c’erano nuovi nastri e alcuni dovevano essere sacrificati. Mi propose subito che, prima ancora di iniziare a collaborare, ci incontrassimo e cominciassimo ad ascoltare tutti i nastri che era riuscita a salvare.”
Tuttavia, ciò non spiega il fatto che uno dei suoi film di guerra e diversi dei suoi film del dopoguerra siano ancora più difficili da trovare nelle proiezioni pubbliche, nelle repliche televisive o sulle piattaforme digitali. Alcuni artisti di Sarajevo che trascorsero il periodo dell’assedio in città e continuarono a lavorare costruirono di fatto carriere importanti basate sui loro “meriti di guerra”. Il solo fatto che “Ecce Homo” abbia dovuto essere proiettato e replicato nella lontana Trieste anziché nella sua Sarajevo natale è già molto eloquente.
Dobbiamo anche tenere conto del fatto che la stessa regista evitava di appartenere a qualsiasi “clan” artistico o gruppo di interesse. Dubravka Zrnčić-Kulenović lo espresse al meglio: “Era un’artista che creava nei propri silenzi e prosperava meravigliosamente dentro di essi”. O, nelle parole di Miralem Ovčina: “Era una donna bella e intelligente che, fin dall’inizio, in queste terre lasciava intendere che avrebbe avuto molti più problemi (…). Evitava consapevolmente il mondo del cinema, custodiva saggiamente il proprio spazio”. Ma da una prospettiva femminista comprendiamo che la sua modestia e la sua riservatezza, sebbene forse parte della sua personalità, non potevano certo non essere, in parte, una reazione al mondo dell’arte e del cinema, perennemente diviso e “clanico”, sia nello Stato di un tempo sia in quello attuale, una palude in cui “nuotano” meglio gli arrivisti e i mediocri. “Non riesco nemmeno a immaginare quanti ostacoli, pregiudizi e quanto disprezzo abbia affrontato su quel cammino. Non veniva mai menzionata all’Accademia del Cinema di Sarajevo (…). Non ho mai avuto l’onore di lavorare con Vesna, ma le sono infinitamente grata per aver permesso a noi donne di incamminarci sul sentiero che lei tracciò nel mondo patriarcale del cinema”, scrisse la regista bosniaca contemporanea Jasmila Žbanić nel suo post commemorativo su Facebook, confermando che anche l’establishment accademico ha una parte di responsabilità nell’aver trascurato l’eredità di Vesna Ljubić.
Naturalmente, non possiamo eludere il fatto da cui siamo partiti all’inizio di questo testo: la storia trascura troppo facilmente le opere delle donne, cosa che senza dubbio è accaduta nel caso dell’eroina di questo testo. La cinematografia bosniaco-erzegovese, sia i film realizzati prima sia quelli realizzati dopo la dissoluzione della Jugoslavia, fu in gran parte machista, prediligendo i registi così come i temi e gli approcci “maschili”.
Nebojša Jovanović scrisse della caratteristica “guerra di genere in cui si scontrano gli uomini, mossi da impulsi primordiali e selvaggi, e le donne che incarnano la civiltà e la modernità”.
Sebbene non ne facesse mai una dichiarazione esplicita, Ljubić affrontò questo motivo in modo molto polemico, soprattutto creando una galleria di diversi personaggi femminili, ribaltando il cosiddetto sguardo maschile (Laura Mulvey), sia nel personaggio di Klara di “Skretničar” sia in quello di Ivana di “Delta”, che rifiutano l’oggettivazione sessuale anche quando sono completamente nude nell’inquadratura. Inoltre, la sua Ivana è il motore della trama, una sognatrice e innovatrice che lavora per il bene della comunità.
Non è impensabile che la sua sottile resistenza, persino timida per gli standard odierni, ai cliché tossici del cinema, proprio perché tale, divergesse troppo dal mainstream cinematografico per essere adeguatamente valorizzata. Infine, i suoi film promuovevano l’ideale della solidarietà della comunità umana immediata, cosa del tutto priva di interesse per il gusto cinematografico odierno, per non parlare della commercializzazione del gusto cinematografico, il che contribuisce ulteriormente alla marginalizzazione. Eppure si tratta di film di qualità senza tempo, anzi molto potenti per le letture femministe, postcoloniali e persino ecocritiche contemporanee, poiché offrono uno sguardo molto originale sulla distruzione naturale e sul progresso tecnologico.
Alla fine, diciamo anche che l’opera di Vesna Ljubić è minacciata persino al livello più basso, quello materiale. Ciò significa che le bobine originali dei suoi due lungometraggi sono attualmente non disponibili per l’istituzione che ne detiene i diritti, ossia che attualmente è impossibile parlare della loro digitalizzazione. Una rassegna dettagliata è fornita da Vuković, ma qui la situazione, piuttosto complicata, può essere riassunta, senza puntare il dito, come segue. I film realizzati in Jugoslavia attraversavano varie fasi di post-produzione in città diverse, per lo più Belgrado o Zagabria, che disponevano della tecnologia necessaria. Dopo la dissoluzione della Jugoslavia, però, gli originali rimasero soltanto nell’Archivio Cinematografico Jugoslavo (Belgrado), mentre gli altri materiali rimasero “sparsi” tra le città jugoslave. Il detentore dei diritti, il Centro Cinematografico di Sarajevo, non possiede gli originali, e sembra improbabile che, senza un significativo investimento economico, possa ottenerli. Inoltre, l’archivio bosniaco-erzegovese subì gravi devastazioni durante e dopo la guerra, a causa delle quali i nastri esistenti furono danneggiati dall’umidità e dalla muffa. Sebbene vi siano indicazioni che i film della prima regista bosniaca saranno prioritari per la digitalizzazione, non esistono ancora piani concreti. Sia questo testo, oltre al necessario ricordo di una grande artista ingiustamente dimenticata, un appello affinché si adottino misure urgenti per preservare la sua opera, perché altrimenti i danni potrebbero essere irreversibili.
