Sidsel Andersdatter

È stata una delle ultime donne in Danimarca a essere accusata di stregoneria. In un’epoca dominata dalla paura, ne divenne lo specchio: un simbolo di come il potere trasformi il dubbio in punizione. La sua storia ci ricorda quanto fragile possa essere la giustizia.

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Sidsel Andersdatter (circa 1679-1729) nacque ad Aske, nella parrocchia di Halløe, in Scania, in una famiglia di contadini. A vent’anni diede alla luce un figlio illegittimo, che morì poco dopo essere stato affidato alle cure dei suoi genitori. A causa dello stigma sociale legato alla maternità fuori dal matrimonio, Sidsel si trasferì a Copenaghen, dove trovò lavoro come balia. In seguito si fidanzò con un soldato, Niels Gram, dal quale ebbe una figlia di nome Lene. La morte di Gram in guerra, però, infranse le sue speranze di una vita familiare stabile. Rimasta di nuovo sola, Sidsel tornò a fare lavori domestici a Copenaghen. Col tempo cominciò a vivere in modo indipendente, una scelta insolita e socialmente disapprovata per una donna dei primi anni del Settecento. La sua vita prese una piega drammatica quando incontrò Bodil Marie Christensdatter, una donna incinta al di fuori del matrimonio. Sidsel la assistette durante il parto e poi mise in atto uno straordinario inganno: assunse un’identità maschile, “Andres Simonsen Aschenberg”, sposò Bodil Marie nel 1715 e contribuì a crescere il bambino. Nei panni di Andres, Sidsel prestò servizio come cuoca di bordo nella marina danese durante la Grande Guerra del Nord (1715-1719), prendendo parte a diverse importanti battaglie navali. Dopo la guerra ottenne una posizione di prestigio come capocuoca presso la batteria navale di Trekroner. Per 14 anni visse e lavorò come uomo, mantenendo l’apparenza di un matrimonio convenzionale e adempiendo ai propri doveri come membro attivo della società. Col tempo, il suo rapporto con Bodil Marie si deteriorò. Sidsel lasciò il suo incarico, trascorse un periodo in Scania e tornò a Copenaghen. Nel 1728 la sua vera identità fu svelata da Jens Christensen Giese, probabilmente a causa di una disputa personale. Fu arrestata, sottoposta a visita e si scoprì che era biologicamente donna. Sebbene nessuna legge specifica vietasse il travestimento, il tribunale si concentrò sulle violazioni religiose e morali, in particolare sulla scoperta di un dispositivo per urinare, visto con sospetto. Il 7 marzo 1729 fu condannata a due anni nella Casa di Filatura (un istituto di lavori forzati per donne) e alla penitenza pubblica in chiesa. Dopo la condanna non esistono più testimonianze sulla sua vita.

Eredità

La vita di Sidsel Andersdatter è uno straordinario esempio di resilienza e complessità nel muoversi tra i ruoli di genere e le strutture di classe dei primi del Settecento. La sua decisione di assumere un’identità maschile non fu soltanto una strategia di sopravvivenza, ma dimostrò anche la sua capacità di costruire relazioni significative e di operare all’interno di istituzioni dominate dagli uomini, come la marina danese.
Pur essendo punita per aver violato le norme di genere e religiose, Sidsel riuscì a vivere e lavorare come uomo per oltre un decennio, conquistando rispetto professionale e ritagliandosi un posto in una società rigidamente gerarchica. La sua storia rappresenta un raro caso documentato di non conformità di genere nell’Europa della prima età moderna e invita a una riflessione più profonda su come la società regolasse identità, lavoro e relazioni personali.
Inoltre, il suo caso mostra come i sistemi giudiziari potessero applicare o nascondere selettivamente la verità in base allo status sociale e alla rispettabilità: lo dimostra il trattamento indulgente riservato a Bodil Marie dopo che si era risposata raggiungendo una posizione socialmente accettata. Oggi Sidsel Andersdatter è ricordata come un simbolo di ingegno, coraggio e della complessità dell’identità vissuta in un’epoca restrittiva.

Impatto sul settore

La riscoperta del caso di Sidsel Andersdatter ha influenzato profondamente la comprensione accademica del genere, dell’identità e delle strategie di sopravvivenza nella Danimarca del XVIII secolo. I documenti giudiziari rinvenuti negli Archivi Nazionali danesi mostrano che Sidsel non era un caso isolato: almeno altre quattro donne danesi dello stesso periodo si travestirono da uomini per sfuggire alla povertà e ai vincoli sociali. Lo storico e archivista Tyge Krogh, che ha portato alla luce questi casi, sottolinea che, sebbene episodi simili venissero raramente registrati, probabilmente rappresentano solo una piccola parte di una realtà più ampia e non documentata. La sua ricerca, pubblicata su Historisk Tidsskrift con il titolo “Kvinder i mandsklæder” (“Donne in abiti maschili”), colloca la Danimarca all’interno di un più ampio fenomeno nordeuropeo. Casi analoghi sono stati documentati in Olanda (circa 100), in Inghilterra (30-40) e in Svezia (circa 20). Questi studi hanno aperto nuove strade nella storiografia danese, individuando nel travestimento di genere una forma di resistenza e di autodeterminazione tra le donne emarginate. Mettono in discussione convinzioni radicate sulla conformità di genere nell’Europa della prima età moderna e sottolineano la necessità di indagare ulteriormente vite che sfidarono le norme ufficiali pur rimanendo in gran parte invisibili nelle narrazioni storiche.

Curiosità

  1. Portava i pantaloni, in senso letterale e simbolico. In un’epoca in cui le donne erano vincolate, per legge e per convenzione sociale, agli abiti e ai ruoli domestici, Sidsel indossava abiti maschili, portava i capelli corti e persino una spada d’argento: una mossa audace e pericolosa nella Danimarca del Settecento.
  2. Era ufficialmente registrata come padre. Mentre viveva sotto il nome di “Andres Simonsen Aschenberg”, risultava legalmente sia padre di un bambino sia marito di Bodil Marie Christensdatter. Agli occhi della legge, fino a quando non fu smascherata, era un uomo.
  3. Si arruolò in marina e sopravvisse. Sidsel, nei panni di “Andres”, prestò servizio come cuoca di bordo durante la Grande Guerra del Nord, partecipando a vere battaglie navali tra il 1715 e il 1719. In seguito ricoprì una posizione di prestigio come capocuoca presso la batteria navale di Trekroner.
  4. Ingannò tutti per 14 anni. Sidsel riuscì a vivere e lavorare come uomo per oltre un decennio e mezzo, non solo passando inosservata ma conquistando la fiducia e il rispetto di chi le stava attorno. Il suo inganno fu scoperto solo dopo una rottura personale e una soffiata di un conoscente.
  5. Non esisteva alcuna legge contro ciò che faceva. Sidsel non fu condannata per un reato specifico come la frode o il furto: la sua punizione derivò da una condanna religiosa e morale, riflesso del disagio della società di fronte ai ruoli di genere confusi.
  6. Non era sola. Casi simili furono riscontrati in tutto il Nord Europa, ma Sidsel è una delle prime donne documentate in Danimarca. La sua storia aiuta oggi a collegare la storia danese a fenomeni più ampi di travestimento di genere e sopravvivenza in tutta Europa.

La sua opera

Sebbene non esistano manufatti o opere creative direttamente realizzati da Sidsel Andersdatter, la sua vita e le sue azioni rappresentano un contributo significativo in diversi ambiti chiave:

  1. Servizio militare: Sidsel lavorò come cuoca di bordo nella marina danese durante la Grande Guerra del Nord (1715-1719), partecipando a battaglie navali e prestando in seguito servizio come capocuoca presso la batteria navale di Trekroner. Questo ruolo mise in luce la sua capacità di riuscire in ambienti tradizionalmente maschili ed esigenti.
  2. Ruoli domestici e di cura: svolse vari lavori domestici, tra cui quello di apprendista sarto e di stalliere, e soprattutto aiutò Bodil Marie Christensdatter a nascondere una gravidanza fuori dal matrimonio e a crescere un bambino, vivendo sotto l’identità maschile di “Andres Simonsen Aschenberg”. Questo complesso ruolo di cura sfidava le norme sociali e le aspettative legate al genere e alla famiglia.
  3. Eredità nella letteratura e negli studi: pur non avendo scritto alcuna opera, la sua straordinaria storia è stata oggetto di ricerche e pubblicazioni storiche, in particolare dell’archivista Tyge Krogh, che ne riscoprì i documenti processuali e scrisse l’articolo “Kvinder i mandsklæder” (“Donne in abiti maschili”) su Historisk Tidsskrift. Questi studi sono stati fondamentali per portare la sua vita, e quelle di altre donne non conformi al proprio genere nella Danimarca del Settecento, all’attenzione del pubblico e al dibattito accademico.
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