Margherita Hack

margher

La signora delle stelle. Margherita Hack (1922-2013) è una delle figure scientifiche più influenti dell’Italia del XX secolo: ha rivoluzionato la ricerca astrofisica e, al tempo stesso, ha reso accessibile a tutti la conoscenza del cosmo grazie a un’opera di divulgazione scientifica senza pari. Nell’arco di una carriera durata sette decenni, Hack ha trasformato l’Osservatorio Astronomico di Trieste in un polo di ricerca di rilievo mondiale, ha pubblicato opere fondamentali sulla spettroscopia stellare ed è diventata la principale intellettuale pubblica italiana a difendere il ragionamento empirico.
Questa analisi ne esplora l’eredità poliedrica attraverso cinque dimensioni: la sua biografia pionieristica, i suoi contributi scientifici duraturi, il suo impatto sociale al di là dell’ambito accademico, gli aspetti meno noti della sua vita privata e alcuni esempi specifici della sua ricerca astronomica all’avanguardia.
Nata a Firenze il 12 giugno 1922, crebbe in un ambiente intellettualmente stimolante, plasmato dal padre Roberto Hack, un contabile italo-svizzero, e dalla madre Maria Luisa Poggetti, miniaturista presso la Galleria degli Uffizi. Il fascino che da bambina provava per i fenomeni della natura preannunciava la sua futura carriera, anche se pochi avrebbero potuto prevedere le barriere sociali che avrebbe infranto.
Sfidando le norme di genere dell’Italia dell’epoca fascista, da adolescente Hack eccelse nello sport, diventando campionessa regionale di salto in alto (1,40 m) e salto in lungo (4,75 m) durante i Littoriali universitari del 1938-1940. Queste competizioni, organizzate sotto il regime di Mussolini (i “Littoriali della Cultura”), divennero ironicamente la sua prima occasione per dimostrare l’uguaglianza nelle prestazioni. La disciplina sportiva avrebbe in seguito ispirato il suo metodo scientifico: “La precisione nella misurazione conta tanto negli spettri stellari quanto nell’atterraggio di un salto”.
La Seconda guerra mondiale interruppe la sua istruzione formale al Liceo Classico “Galileo Galilei” di Firenze, ma Hack proseguì con lo studio da autodidatta. Nel 1945 si laureò in fisica all’Università di Firenze con una tesi sulle stelle variabili Cefeidi sotto la guida dell’astronomo Giorgio Abetti, ottenendo 101/110 nonostante le difficoltà di osservazione dovute alla guerra. I dati per la sua tesi provenivano dal telescopio da 30 cm dell’Osservatorio di Arcetri, spesso raccolti durante gli oscuramenti dovuti ai bombardamenti aerei: un’esperienza che affinò la sua capacità di sfruttare al massimo finestre di osservazione limitate.
Il matrimonio di Hack, nel 1944, con l’amico d’infanzia Aldo De Rosa le offrì stabilità mentre si muoveva nel panorama accademico dell’Italia del dopoguerra, dominato dagli uomini. La svolta arrivò nel 1964, quando divenne la prima donna italiana a essere nominata direttrice di un osservatorio astronomico (quello di Trieste), incarico che mantenne fino al 1987.
Sotto la sua guida, l’istituzione si trasformò da struttura regionale a centro di ricerca internazionale di primo piano grazie a iniziative strategiche:

Aggiornamenti della strumentazione: ottenne il primo fotometro elettronico d’Italia (1965) e spettrografi capaci di spettroscopia nell’ultravioletto;
Collaborazioni internazionali: instaurò partnership con NASA, ESA e importanti università, tra cui Berkeley e Princeton;
Riforme didattiche: fondò il Dipartimento di Astronomia di Trieste (1985), integrando la formazione teorica e quella osservativa;
La sua filosofia gestionale puntava sull’egualitarismo: abolì le forme gerarchiche di cortesia, insistendo perché i colleghi la chiamassero “Margherita” a prescindere dal grado. Questo approccio favorì ambienti collaborativi in cui i ricercatori più giovani potevano mettere in discussione le ipotesi degli scienziati più anziani.
L’ateismo di Hack e le sue critiche all’ingerenza della Chiesa cattolica nell’istruzione scientifica ne fecero una figura pubblica capace di dividere. Espose la sua visione del mondo in “Perché sono vegetariana”, collegando la difesa dei diritti degli animali a una prospettiva cosmologica: “Se la vita esiste altrove, non abbiamo alcun diritto di presumere una nostra superiorità qui”. La sua filosofia materialista rifiutava l’idea di un aldilà spirituale, sostenendo che la coscienza nasce da processi neurali.
Nonostante il peggioramento della sua salute cardiaca, Hack mantenne un fitto calendario di impegni pubblici fino alla sua morte, nel 2013, all’età di 91 anni. Rifiutò un intervento chirurgico che avrebbe potuto prolungarle la vita, affermando: “Ho misurato la durata della vita delle stelle; la mia mi sembra adeguatamente riempita”. Il marito Aldo la seguì nel 2014; la loro biblioteca comune di 18.000 volumi fu donata alle collezioni civiche di Trieste.

La ricerca di Hack ha plasmato in modo profondo i moderni sistemi di classificazione stellare grazie alle sue innovazioni spettroscopiche. Il suo trattato di spettroscopia stellare del 1959, scritto con Otto Struve, resta una lettura imprescindibile e introduce tecniche di analisi quantitativa per determinare le temperature e la composizione delle stelle. Tra le scoperte più importanti:

  • Analisi delle variabili Cefeidi: i primi studi su FF Aquilae stabilirono metodologie per usare questi “metri cosmici” nella misurazione delle distanze;
  • Caratterizzazione delle stelle Be: individuò variazioni cicliche delle righe di emissione in ζ Tauri, facendo progredire la comprensione degli ambienti circumstellari; pioniera dell’astronomia ultravioletta: sfruttò telescopi spaziali come IUE per studiare i venti stellari nelle stelle di tipo O/B, rivelando i meccanismi di perdita di massa;

Gli anni di Hack a Trieste (1964-1992) ridefinirono il ruolo dell’Italia nell’astronomia mondiale attraverso lo sviluppo delle infrastrutture, assicurando la partecipazione italiana al satellite TD-1 dell’ESA (1972) e instaurando collaborazioni regionali con Paesi in via di sviluppo grazie a partnership con l’AIEA. Un altro aspetto rilevante riguarda le innovazioni didattiche: progettò il primo programma integrato di astrofisica d’Europa, che combinava la fisica teorica con la formazione osservativa, e fece da mentore a generazioni di astronomi.

Sul piano dell’impatto culturale, contribuì a rendere le strutture di Trieste accessibili alle visite del pubblico decenni prima che la “divulgazione scientifica” diventasse istituzionalizzata, e ospitò convegni internazionali capaci di attrarre premi Nobel.

Hack era consapevole che la complessità dell’astrofisica del XX secolo rischiava di allontanare il pubblico non specialista. La sua strategia comunicativa combinava tre elementi:

  1. Ragionamento per analogia: spiegava i fenomeni cosmici attraverso metafore quotidiane (ad esempio paragonando la nucleosintesi stellare a una “cucina cosmica”)
  1. Onnipresenza mediatica: le sue regolari apparizioni in TV sulla RAI demistificarono buchi neri, materia oscura ed esopianeti per milioni di persone
  1. Impegno politico: si batté per maggiori finanziamenti alla ricerca, dichiarando in Parlamento che “il costo di un telescopio equivale a quello di tre caccia militari; le sue scoperte sopravvivono a qualsiasi guerra”

Il suo “L’amica delle stelle”, del 1982, vendette oltre 500.000 copie, una cifra senza precedenti per la divulgazione scientifica italiana. All’inizio i critici liquidarono il suo approccio come sensazionalistico, ma Hack lo difese: “Se non riusciamo a rendere affascinanti le pulsar, abbiamo fallito come educatori”.

La visione materialista di Hack ispirò posizioni progressiste su una decisa riforma dell’istruzione: si batté contro la dottrina cattolica nei programmi scientifici, sostenendo l’adozione di libri di biologia basati esclusivamente sull’evoluzione. Un altro suo tratto distintivo era la tutela dei diritti degli animali, che Hack sostenne promuovendo leggi per vietare la sperimentazione animale a fini cosmetici, citando studi sull’intelligenza dei cefalopodi. Infine, ma non meno importante, si fece sostenitrice del diritto all’eutanasia, tracciando un parallelo con il ciclo di vita delle stelle: “Le stelle si spengono quando esauriscono il carburante; gli esseri umani meritano una dignità analoga”.

Aspetti meno noti e aneddoti

Oltre ai suoi successi nel salto, Hack si mantenne in forma per tutta la vita:

  • Corse quotidiane di 5 km fino ai 70 anni;
  • Nuoto agonistico nel Mar Adriatico e organizzazione di partite di basket tra il personale dell’osservatorio; i colleghi, inoltre, ricordavano che correggeva gli articoli scientifici tra una vasca e l’altra nella piscina pubblica di Trieste;
  • Era una bibliomane e possedeva la più grande biblioteca privata di astronomia d’Europa (oltre 18.000 volumi), catalogata con schede scritte a mano; seguiva un orario di lavoro notturno (dalle 22 alle 4), sostenendo che “le stelle non amano gli osservatori diurni”;
  • Aveva precisi rituali per il caffè e preparava l’espresso con una caffettiera napoletana dell’Ottocento, convinta che una crema fatta a regola d’arte migliorasse l’analisi dei dati;
  • Pur ritenendo probabile l’esistenza di vita extraterrestre, Hack liquidava gli avvistamenti di UFO come “illusioni ottiche o desideri irrealizzabili”. Nel 1995 il suo dibattito con l’ufologo Roberto Pinotti richiamò 3.000 spettatori: in quell’occasione dimostrò come la rifrazione atmosferica potesse deformare Venere fino a farlo sembrare un “disco volante”.
ENITSRBSCSDA
Torna in alto